La Gatta, una favola moderna .....

LA GATTA, UNA FAVOLA MODERNA


La Gatta vi dà il benvenuto....

La Gatta potrà essere la vostra amica virtuale nei giorni di pioggia, nei momenti di solitudine...

La Gatta proverà a farvi sorridere con le sue stranezze, con le sue piccole follie...


Potete comunicare con la Gatta, inviando mail a: lagattabybarbara@gmail.com

L'indice dei singoli Capitoli è nell'Archivio in fondo alla pagina blog.... lì troverete anche i primi Capitoli....

Buona lettura :)



giovedì 9 febbraio 2012

La Gatta © by Barbara Giorgi - 22 capitolo

22.   FEMME   FATALE  


I bambini non sono semplicemente degli esseri umani: ciascuno di loro racchiude in sé qualcosa di piccolo ed ingenuo e qualcosa di grande ed inspiegabile. Vivono la quintessenza della fantasia. Non hanno preconcetti, non coltivano stereotipi, non vivono in compartimenti stagni. Sono pura energia mentale che, se lasciata libera, può andare oltre i limiti della cosiddetta ragione. Loro possono entrare ed uscire dalla dimensione dell’irreale come e quando vogliono: non pongono confini di sorta tra la realtà e l’immaginazione. Hanno paura del lupo cattivo perché questo nel loro mondo esiste davvero. Sognano le fate  perché la loro mente le vede davvero. Sono esseri magici che poi, crescendo ed entrando nel triste ingranaggio del quotidiano, diventano come gli adulti: banalissimi individui dotati di una mente inscatolata. E così perdono tutto il loro fascino, le mille potenzialità, la luce....

Quando rivede il piccolo Arcibaldo, la Gatta pensa proprio a questo: quel piccoletto è un essere speciale. Sì, come tutti i bambini, ma forse…. anche qualcosina di più.
Probabilmente, non è capitato per caso nella sua vita e per questo deve essere tenuto d’occhio: sotto quella massa di riccioli, deve esserci qualcosa di particolare. Perché quell’esserino sta affermando che la dama del quadro, la cara nonna Ginevra…. racconta favole!
La Gatta guarda alternativamente Arcibaldo e la figura della nonna. Ormai non ci sono più dubbi: è proprio lei la dama del dipinto. Quel quadro sembra l’esatta copia di quello appeso nella sua mansarda: unica variante, il colore dell’abito. Quindi, due autoritratti…. e gli altri tre? A chi li avrà donati la nonna? Beh, sarebbe interessante sapere dove sono. Interessante certo, ma non essenziale ed indispensabile quanto capire ciò che sta dicendo il piccolo Arcibaldo.
“Quindi,  questa signora ti racconta delle favole? Tu la vedi proprio? Dove? Quando?” insiste la Gatta, in pericolosa oscillazione tra ragione-emozione.
“Sììììì! La vedo qui! Dopo la nanna, dopo il buio, dopo la notte!” e Arcibaldo allarga le braccia e poi posiziona i piccoli pugni sui fianchi, un po’ risentito perché evidentemente  la Gatta non gli crede.
Ovvio non credergli: si sa, i bambini sono dotati di una bella fantasia! Sanno costruire mondi in cui potersi rifugiare lontano da adulti noiosi,  scontati e  - spesso - anche un po’ aridi. Questo racconto di Arcibaldo deve essere sicuramente dettato dal suo desiderio di attenzione, di affetto: comprensibilissimo!
Però, però, però…. un pensiero veloce porta la Gatta verso ricordi recenti di nebbioline vaganti per casa, sveglie impazzite, pappagalli parlanti e quasi pensanti, spiriti, maghi e maledizioni: un bel pot-pourri, non c’è che dire.
Tutto è collegato (e Arcibaldo è solo la ciliegina sulla torta) oppure sono eventi isolati e comunque spiegabili?
“Ma sì!” pensa la Gatta “probabilmente sono assurdità che possono capitare ogni tanto nella quasi-normale esistenza di una brava ragazza!”
Rincuorata da tanta razionalità, controlla l’ora sul cellulare. E’ già mezzogiorno! La Gatta getta un ultimo sguardo al dipinto ed esce dal salone, seguita dal passo veloce e saltellante di Arcibaldo.
Si dirige quindi verso il locale da far resuscitare: la futura stanza dei giochi dell’erede dei Malasorte.
La Gatta si siede a terra, tra scatoloni semiaperti e ricolmi di giocattoli,  arredi coperti da bianche lenzuola anti-polvere, bauli di legno tarmato e chiusi da lucchetti arrugginiti. Incrocia le gambe in posizione yoga, come farebbe Dea. Arcibaldo la guarda attento e pensa che sia meglio imitare quella posa, probabilmente necessaria per fare qualche nuovo gioco. Si siede e tenta pure lui un incrocio delle gambette ossute, tipo fachiro indiano.
I due si osservano a vicenda per qualche secondo, in silenzio. Poi Arcibaldo chiede: ”A cosa giochiamo?”
“No…. non siamo qui per giocare. Tesorino, io devo lavorare. Devo aiutare il tuo papà a fare bella questa stanza per te. Mi vuoi aiutare? Possiamo comunque divertirci insieme....” dice la Gatta,  intenerita dalla domanda infantile di Arcibaldo e da quella faccetta pallida e levigata come una porcellana.
“Va bene….” e Arcibaldo improvvisamente, si avvicina a lei e le dà un bacio sulla guancia. Un segno di ringraziamento: finalmente anche lui ha una vera amica, qualcuno che lo farà ridere un po’. La Gatta si tocca la guancia, vergognandosi di aver pensato tante cattiverie su quell’esserino indifeso. E con il cuore ormai ridotto a budino di crème caramel, gli domanda:
“Ora che siamo amici, mi dici la verità sul quadro della nonna? La vedi davvero?”
“Sììììì….. – ora Arcibaldo, come un soldatino in guerra, tenta di assumere una posizione di dominio su quel colloquio – ti ho detto tuttoooo! La nonna lacconta le favole!”
“Ma come fa a raccontarti le favole? Da dove viene, da dove arriva?” insiste ancora la Gatta.
“Dal disegno del mulo” e Arcibaldo alza le spallucce come se parlasse di una cosa evidente e scontata.
“Cioè….  dal qua-dro?” balbetta la Gatta sgranando gli occhi come davanti ad un flash.
“Sì! Dal disegno!” e Arcibaldo, stanco e deluso perché non vede alcuna possibilità di divertimento in quello sterile dialogo, troppo banale e ripetitivo per i suoi gusti, esce dalla stanza in cerca della tata. Sì, è antipatica, ma a questi punti è l’unica alternativa che gli resta in quel palazzo così noioso e grigio: magari potrà architettare un bel dispetto contro di lei! Basta lavorare di fantasia….
La Gatta  rimane seduta a terra. Non pensa: la sua mente è bloccata sul secondo autoritratto della nonna. Come un automa, apre la borsa, tira fuori blocco e pennarelli. Ecco che sul foglio bianco appare pian piano il disegno della futura stanza di Arcibaldo: in quel prospetto, un’esplosione di azzurro….  come l’abito della nonna.
Trascorre il tempo e la Gatta, ora con le gambe distese, si guarda intorno: disegni sparsi ovunque sul pavimento. Sono ore che disegna. E sono ore che non mangia. Solo due caffè in corpo non aiutano certo a lavorare! Mangiare? Oh mamma! A cena deve incontrare il Duca! E’ tardissimo e anche di più! Una ragazza che ha un appuntamento a cena necessita di almeno due o tre ore di restauri doverosi. La Gatta raccoglie velocemente i disegni, si catapulta fuori dalla stanza e, non vedendo nessuno, corre veloce verso il portone. Nel cortile c’è il “corazziere”: quel simpaticone addetto alla gestione di ingressi ed uscite. Senza dire una parola, l’uomo apre una delle due antichissime ante: la Gatta esce, salutando con un semplice “buonasera”, mentre sente alle sue spalle il tonfo assordante del portone che si chiude. La civetta sullo stemma sembra sobbalzare. Fuori da quel luogo, le luci della città sorridono allegramente come lucciole nell’oscurità. Puntini sfavillanti sospesi  in un fondo cupo: quelli più luminosi le indicano la strada verso casa.

Arrivata nella mansarda, la Gatta fa una doverosa sosta sotto la doccia e, in accappatoio e asciugamano sulla testa - che sembra il turbante versione “povera” della Maga Circe - si piazza  davanti ai vestiti della cabina armadio.
“Bel problema!” pensa, pervasa da un acuto senso di smarrimento “Non ho niente da mettermi!”
Ecco: questa è la frase che nove donne su dieci dicono ogni giorno davanti al proprio armadio. Ma qui la Gatta ha leggermente ragione! Cosa può indossare una ragazza che deve cenare a suon di ostriche e champagne? Oltretutto…. è stata proprio lei a dettare il clima chicchissimo della serata. Fare dietrofront è impossibile e ci vuole qualcosa di veramente unico! E qual è il colore più elegante, più glamour, più chic? Il nero! Sì,  il nero è il colore amico di ogni donna, perfetto in ogni occasione: dal colloquio di lavoro alla spesa al supermarket, dalla fila alla posta alla serata romantica. Lode al nero, quindi.
La Gatta sfiora con le mani gli abiti neri  che le sembrano più adatti alla serata: trovato! Di seta, lungo  quel tanto che basta, lineare e dritto come un capello passato alla piastra. Piastra? Appunto: “Ora devo pensare anche a capelli, trucco e…. tutto il resto!” Le scarpe? Ovviamente, quelle con il tacco più alto.
Strano ma vero, la Gatta è pronta con ben cinque minuti di anticipo. E Il Duca arriva, neanche a dirlo, con cinque minuti di anticipo: scampanellata leggera al portone. La Gatta risponde con uno squillante  “scendo!”. Un ultimo sguardo allo specchio: si toglie un becco d’oca dai capelli, tampona l’eccesso di rossetto color sangue, fa una prova di sorriso-affascinante-ma-contenuto. Ed esce dal suo nido con una tachicardia in corso.
“Sono proprio stupida!” pensa, mentre scende le scale con un pericolosissimo tacco quattordici “Non sarò mica preoccupata per questa cena? L’unica cosa che devo temere è che…. non so come si aprono le ostriche!”
Il portone del palazzo si apre sulla piazza, sulla città, sulla notte. La luce debole dei lampioni illumina la figura di un uomo alto, accanto ad una moto. Una moto? Ah beh! Ma allora non è certo il Duca.
“Ciao Gatta!” saluta il ragazzo, mentre si allontana dalla due ruote imponente e le si avvicina fino a rendere evidente il suo aspetto. Certo, il ragazzo è notevole: lei non ricordava quegli occhi azzurri, quel passo da uomo che non deve chiedere mai, quelle spalle da nuotatore olimpionico.
“Ciaooo….” esordisce lei con un filino di voce. Ma, per la precisione, non teme “lui”, bensì…. quell’oggetto scomodissimo con due ruote, senza finestrini, né portiere! Come farà a salire con un abito incollato sul corpo, tacco da femme fatale e capelli piastrati, su una moto grande come un divano ed instabile come un ago su una corda?
“Scusami, carissimo, ma sei venuto con quella cosa?” azzarda lei, nella speranza di un vigoroso “no” come risposta. Magari era accanto a quel pachiderma d’acciaio solo per caso. Magari è arrivato con un qualsiasi normalissimo mezzo dotato di quattro ruote, parcheggiato a due passi.
“Bella moto, vero? L’ho comprata ieri e ho pensato di provarla stasera, proprio con te!” risponde  il Duca, orgoglioso e trionfante.
“Bella….. certo….” la Gatta è troppo educata per piazzare lì, in faccia al Duca, ciò che pensa di quella bellissima, fantastica, meravigliosa idea da maschio ottuso ed egoista. Quindi tace, salendo sull’odiata due ruote, in qualche modo: arrotolando un po’ il vestito lungo e stretto, posizionando le splendide scarpe da sera su due trabiccoli laterali, mettendo il casco sull’opera d’arte della sua capigliatura. E il rossetto messo con mano delicata e sapiente? Stendiamo un velo pietoso.
E mentre la moto sfreccia via sicura e imponente, lei pensa rassegnata: “Ha proprio ragione Dea! Quella ragazza ha capito tutto della vita! Gli uomini possono davvero essere indigesti. Per cui…. è meglio cuocerli a puntino e condirli a dovere!”


lunedì 30 gennaio 2012

La Gatta © by Barbara Giorgi - 21 capitolo

21.   I  CINQUE   AUTORITRATTI


Non sempre è positivo ottenere risposte nette e precise alle domande che ci poniamo.  A volte è meglio rimanere nel dubbio, nell’incertezza, nel limbo delle possibilità: in tal modo, ci riserviamo ancora il diritto di ipotizzare soluzioni positive e di dondolarci tra possibilità allettanti. Ma non tutti la pensano così. Ci sono persone che vivono tassativamente con principi di vita della serie qui e adesso, ora o mai più….
La Gatta è l’esempio vivente della filosofia del carpe diem. Sì, perché lei afferra e vive con intensità il giorno, il momento, la vita: non conosce mezze misure, non è diplomatica e paziente, non tollera le attese (neppure quelle delle segreterie telefoniche), non ama l’incertezza, le incognite, i “ni” (diffusissimo e moderno ibrido tra “no” e “si”). Certo, ama sognare e fantasticare, ma quando si tratta di gestire situazioni reali e quotidiane, lei vuol camminare ben aderente al suolo, con il suo passo da felino predatore. Un passo sempre silenzioso, leggero, attento, prima lento, poi veloce. Lei è fatta così: un animale selvatico che agisce d’istinto.

Alle dieci del mattino, la lunga chiacchierata con il professor Astrolabio termina all’improvviso, a causa della fuga inopportuna di Orione dalla sua teca, dimenticata semiaperta dal padrone di casa. Il povero pitone reale è davvero stufo di dover rimanere dentro quella bara di vetro, mentre tutti possono liberamente muoversi per casa. Dov’è finito il principio di uguaglianza in natura? “Sempre che sia esistito”  pensa il pitone mentre girella lentamente per la sala, soddisfatto di quella opportunità di perlustrazione. Ma la vista del pitone vagante fa desistere la Gatta dall’ottenere un feedback utile e costruttivo dal professore: per lei il colloquio ora può anche terminare. Meglio avere dubbi su fantasmi che la certezza di un contatto ravvicinato con un  serpente.
Così, dopo aver deciso che la giornata dovrà essere molto produttiva, esce velocemente dal palazzo. Beve un secondo caffè al bar del quartiere, dopo quello bevuto con il professore: andare in quel bar le scalda l’anima, perché i ragazzi che ci lavorano sono sempre allegri e sorridenti. Mentre si muovono veloci tra tazzine, bicchieri e croissants, raccontano barzellette e scherzano con i vecchi clienti. Il clima è disteso e sereno: è quello che le serve adesso per darle un po’ di carica.
Lasciato il bar, guarda per qualche secondo la sua piccola auto parcheggiata sotto casa. Perché muoverla da lì? C’è uno splendido sole che emana raggi seducenti, caldi, avvolgenti. E allora è il momento giusto per camminare un po’, per immergersi tra la gente, tra quelle anime indaffarate e veloci.
La Gatta esce quindi dal quartiere  e inizia a camminare, zigzagando tra le persone, come una zanzara a caccia di prede. Per la strada, sente odori di sigarette, di benzina, di polvere, di sudore. Ascolta rumori di motori, di voci, di clacsons, di tacchi sull’asfalto. Vede bambini saltellanti, donne con i sacchi della spesa e donne in tailleur grigio e ventiquattrore griffata, uomini con tute sporche di lavoro e uomini impiccati in cravattoni a righe, rigidi come marionette. E pensa quanto sia  meraviglioso e vario il mondo.
Dopo che la sua attenzione è catturata dal tamponamento tra due biciclette (ma come faranno a tamponarsi due biciclette?) e dalla litigata tra un camionista modello Hulk e una centaura in tuta di pelle nera, ecco fatto…. arrivata. Già, ma dove? Come mai è lì?
Con la mente immersa in tutti quei  rumori, invece di dirigersi verso il suo studio, ha camminato dritta verso il palazzo Malasorte. E ora è nella piazza davanti al gigantesco portone chiodato, con la civetta che lo sovrasta dall’alto dello stemma di famiglia.  Che fare? Ovvio: una bella suonata al campanello.
Del resto, visto che è lì, potrà iniziare a riflettere sul design della stanza del pargoletto, come da incarico conferito dal Conte. E finalmente potrà lavorare senza la presenza ingombrante dello stilista Leo: bravo ragazzo, ma invadente come l’erba gramigna! Sì, la Gatta vuole un mondo di bene a Leo, ma in certi momenti è meglio tenerlo a debita distanza.
La Gatta suona quindi il campanello: il solito omone si palesa, con un’aria infastidita e poco rassicurante. La guarda: sembra in procinto di farle una radiografia. In dieci secondi esatti la squadra da testa a piedi, poi la fissa ben bene negli occhi. Infine, parla: “Desidera?”
“Buondì, buongiorno, salve….” e mentre parla, la Gatta pensa che almeno uno di quei saluti andrà pure bene a quell’essere inquietante.
“Desidera?” ripete con voce spazientita quella montagna umana, quasi sbuffando un po’.
“Ecco…. desidero…. cioè….” la Gatta farfuglia qualcosa, ma poi stizzita, inizia a tirar fuori i suoi begli artigli “Sono stata incaricata dal Conte per un lavoro di design interno al palazzo. E ora sono qui per procedere! Quindi desidero entrare!”
Mentre l’uomo-pinguino la guarda un po’ stupito, lei è tutta soddisfatta: pensa che sia una gran cosa avere un bel caratterino e usarlo!
L’essere si fa da parte, la fa entrare e, stranamente, non le fa neppure strada: chiuso il portone cigolante, si gira sui tacchi e sparisce tra le piante della corte interna.
“L’orco è tornato nel bosco ed io entro nella casa del diavoletto” pensa la Gatta mentre si dirige svelta verso la scalinata di marmo.
Sale i gradini e intanto osserva con rispetto quelle mura antiche, coperte in gran parte da arazzi di seta e velluto. Arrivata sul pianerottolo, una cameriera le compare davanti, in divisa nera, grembiule e crestina bianca sulla testa (praticamente la versione umana del pappagallo Galileo).
“Attenda qui che l’annuncio al Conte. Si accomodi pure nel salotto degli avi” dice la cameriera, aprendo una porta e facendo strada in un salone stracolmo di quadri e statue di marmo. Non è il salone dove l’hanno fatta attendere la prima volta insieme a Leo. E’ uno dei tanti altri luoghi affascinanti di quel palazzo nobile e antico.
“Ma quante procedure arcaiche, obsolete e…. pure noiose!” pensa la Gatta che, ricordiamocelo sempre, odia le attese.
Trascorrono cinque minuti e nessuno si fa vivo. Si sente in lontananza la voce del piccolo Arcibaldo che protesta contro qualcuno (probabilmente la “tata” tedesca). Poi il silenzio per altri cinque minuti.
“Uffa!” pensa la Gatta, spazientita “questa storia di fare sempre anticamera non la sopporto proprio! Darò un’occhiata a questi tipi appesi alle pareti, tanto per passare il tempo….”
Si alza quindi dalla poltrona stile settecento veneziano e inizia a passeggiare per quel salone,  cercando di trovare un’identità per ogni personaggio rappresentato in quei ritratti antichi.
“Questo deve essere un nonno o un bisnonno militare: ha una miriade di decorazioni e medaglie e ha pure dei baffi incredibili! Secondo me, era anche un po’ antipatico: si vede dagli occhi. Ha lo sguardo di chi vuol sempre comandare. Forse era un generale!” pensa, sicura della sua analisi pittorica.
“Questa damina stile Ottocento è carina! Sembra una bamboletta di porcellana da collezione. Vestito largo e gonfio tipo Cenerentola al ballo, guanti fino al gomito, boccoletti come Arcibaldo…. Secondo me, è un’antenata morta giovane,  che so…. di polmonite fulminante oppure di peste o di colera o di malaria! Ma no, è morta di crepacuore perché il suo amante ha sposato un’altra….” e tutta soddisfatta della fine un po’ più romantica decisa per la damina, la Gatta prosegue il suo giro ispettivo.
Un quadro dopo l’altro, una statua dopo l’altra, trascorrono altri minuti. Il Conte non si vede ancora e neppure una mezza cameriera.
“Ora qui si rasenta la maleducazione, eh? Devo aspettare tutta la mattina inutilmente?”  sbuffa alterata mentre decide che è il momento di andarsene. Attraversando veloce il salone, inciampa in uno dei tanti tappeti orientali. Non cade, ma finisce con un salto contro la parete più vicina.
“Accidenti ai tappeti e a chi li ha inventati!” dice a voce alta, mentre si scosta dal muro e dal quadro contro cui è capitata.
“Ohi! Ho spostato l’antenato! Ora è tutto storto!” la Gatta afferra la grande cornice dorata per riposizionare il ritratto perpendicolarmente al pavimento e…. lo guarda. Guarda quel viso: la sua vista si appanna. Si allontana  un metro. Guarda tutta la figura: un tuffo al cuore. Il sangue sembra viaggiare come un missile nelle sue vene, sembra esplodere in mille fuochi di artificio nelle sue arterie. Si allontana di un altro metro. Quella donna è lei, non ci sono dubbi! Il gelo. Sì, la Gatta sente tanto freddo ora.
“Salve! Vedo che ha fatto la conoscenza di Ginevra, la bellissima donna amata da un mio avo!”  il Conte Malasorte entra nel salone, mandando in frantumi quell’atmosfera congelata.
La Gatta riesce ad emettere solo un “Buongiorno”,  mentre rimane ferma sul tappeto di lana e seta e continua a fissare il quadro.
“Carissima! Noto che questo dipinto ha proprio catturato il suo interesse! Allora le spiego: è uno degli autoritratti che Ginevra, nobildonna e affascinante pittrice, realizzò per alcuni suoi spasimanti. La leggenda narra che Ginevra fosse donna di indubbie qualità morali: essendo sposata, non si concesse mai ad alcuno di loro, ma ricompensò il loro amore con un dipinto che la raffigurava. In ogni autoritratto, lei appare con leggere differenze. Ad esempio l’abito. Qui è azzurro come il mare: perché il mio avo era comandante della marina militare, pluridecorato, eroe di guerra….”   il Conte è orgoglioso di poter fornire notizie così interessanti su un componente del suo albero genealogico.
“E quanti sono questi autoritratti?” chiede la Gatta, meravigliata di non aver mai saputo nulla di questa storia da romanzo rosa.
“Credo che siano cinque. Sì, cinque autoritratti in tutto. Ma gli altri quattro non so dove siano! Orbene carissima” e il nobile ora torna a fatti meno poetici e molto più prosaici “credo che lei sia qui per un ulteriore sopralluogo nella stanza di Arcibaldo. Quindi, proceda pure liberamente. Io devo lasciarla perché parto or ora per la Francia, dove ho un castello di famiglia con problemucci di staticità. La saluto e buon proseguimento!” e il Conte si inchina, le sfiora con i baffetti la mano ed esce velocemente dal salone.
Mentre la Gatta rimane in una fase standby davanti a quel quadro, una vocetta stridula le perfora i timpani: “Nonna Ginevla!  Lacconta le favole di Dlacula!”
La Gatta si gira come una trottola. Dietro di lei, c’è il piccolo Arcibaldo con la solita divisa di velluto nero, i boccoli dorati sudati dopo una corsa, la faccetta impertinente.
“Nonna Ginevra? Ti racconta le favole?” esclama la Gatta allibita. Ma cosa sta dicendo quel tipetto impertinente?
“Sì, sì, sì…. la nonna …. le favole….” e Arcibaldo la guarda da sotto in su, sicuro di sé, mentre indica il quadro e ride come un matto.


domenica 15 gennaio 2012

La Gatta © by Barbara Giorgi - 20 capitolo

20.   A  CACCIA  DI  SPIEGAZIONI….


Alle sette del mattino, la vista di una tazza sporca nell’acquaio può aiutarci a capire che stiamo vivendo una normale realtà quotidiana. Ma se durante la notte, alle tre spaccate, una sveglia gettata nel cassonetto dell’immondizia è ricomparsa all’improvviso nella nostra camera da letto, nella nostra vita, senza chiedere permesso, senza spiegazioni, senza specifico motivo…. non bastano mille tazze sporche per tenerci impegnati con le mani e con la mente.
Già. Una sveglia tutta bella integra, senza ammaccature, colorata, squillante  e vispa più che mai.

La Gatta, trascorsa un’inevitabile notte insonne, cavalcando mille ipotesi più o meno assurde, ora guarda quel marchingegno tondo sul pavimento, ascoltando il tic-tac cadenzato, preciso, incessante. 
I pensieri più strani continuano a popolare la sua mente: “Potrebbe essere un oggetto extraterrestre, ma potrebbe anche essere un oggetto stregato. Chissà dove l’hanno trovato Luna e Dea: forse quelle due matte l’hanno preso in casa della Maga Circe oppure l’hanno acquistato al mercatino delle pulci da un venditore di alambicchi e strumenti magici oppure l’hanno vinto in qualche luna park al gioco del tirassegno da una zingara che fa il malocchio. Caspita! Che ipotesi seducenti. Ma anche molto assurde. Eh già…. come è assurdo pensare ad una sveglia che esce da sola dal cassonetto, si dà una pulitina da bucce di banana e residui di sugo, sale le scale di casa, entra nella mansarda senza avere le chiavi e si piazza sul pavimento in attesa di dare il meglio di sé…. “
Ma quando la mente ormai svolazza come una foglia secca in balia del vento …. continuare a formulare  mille teorie è davvero inutile.
“Forse è meglio lavare la tazza….”  pensa la Gatta,  mentre si alza dal letto e si dirige verso l’acquaio, in cerca della vista rassicurante di quel pezzo di ceramica sporco. Chissà perché, compiere gesti ripetitivi e banali, la tranquillizza e  la rilassa.
Mentre è intenta ad insaponare e strofinare la tazzona, come se fosse un’operazione di decontaminazione post incidente nucleare, il cellulare rosa appoggiato sul tavolo si agita e trema, nel proporre la solita invadente suoneria. Sobbalza su se stesso, un po’ scocciato di dover subire addirittura il pandemonio di una cavalcata di vergini guerriere.
La Gatta condivide la sua pena: “Devo cambiare questa musica spacca-timpani. Le Walkirie mi hanno stancato: sono troppo adrenaliniche! Devo inserire qualcosa di più romantico, tipo la morte del cigno……No! Basta con i morti! Allora anzi il valzer delle candele…. No! Anche con le candele ho chiuso per sempre!”
E intanto prende il cellulare, vede che il chiamante è il Duca e…. stranamente…. decide di rispondere.
“Ciao carissimo ragazzo!” esordisce con una velata gioia (ma solo perché può parlare con un essere umano vivente dopo quella notte da incubo).
“Ciao Gatta! Mi fa piacere che tu sia così di buon umore….” il Duca si sente rassicurato da quel tono di voce zuccherosa. Ed è pure un po’ stupito: la Gatta al caramello è davvero una novità!
“Beh… buon umore non direi! Diciamo piuttosto che  provo ad essere serena! Insomma, sono una gatta sempre a caccia di felicità….  Vabbè. Stop. Rewind. Cosa desideri di bello a quest’ora del mattino?” la Gatta non vuol mai aprire troppe porte - e neppure spiragli - al “nemico”.
“Ricordi che dobbiamo ancora fare pace…. per bene, seriamente? Mi avevi concesso una piccola possibilità di riscatto....” lui tenta il tutto e per tutto in una riga e mezzo di parole sussurrate.
“Va bene. Stasera alle otto mi vieni a prendere e andiamo fuori a cena. Ristorante dieci stelle o giù di lì. Caviale, ostriche, tartufi e cose simili. Camerieri vestiti da pinguino. Posate d’argento. Tovaglie di seta. Oggi devo trattarmi bene. Oppure…. non se ne fa nulla!” sembra un ultimatum e forse lo è davvero. E il bello è che lei odia caviale, ostriche e tartufi: le sembrano cibi assurdi. Anzi. Non le sembrano neppure cibo commestibile, digeribile e metabolizzabile. Vuoi mettere un piatto di lasagne straboccante di besciamella?
“Va benissimo. Prenoto nel ristorante più chic, elegante, trendy, pazzesco di tutta la città e dintorni. Alle otto sono da te, puntuale tipo orologio svizzero!” esordisce lui, contento come un bambino davanti ai regali di Natale.
“Eh noooo! Zitto! Taci! Non parlare di orologi…. né di sveglie…. né di qualsiasi altro aggeggio che possa fare tic-tac! Né ora, né mai!” la Gatta alza la voce per puntualizzare ben bene la cosa.
“Va…. va…. bene…. Scusa!  A stasera….” il Duca saluta e chiude in fretta la telefonata, mentre domanda  a se stesso se la fobia per gli orologi possa essere considerata una grave patologia mentale. Ma questa benedetta ragazza, normale o meno, a lui interessa così com’è.

“Bene. Ho lavato la tazza. Ora vado al bar a fare colazione, così mi distraggo un po’….” pensa la Gatta  mentre si prepara per uscire di casa. Il suo sguardo evita accuratamente la sveglia. Anche perché non vuole essere tentata: le piacerebbe ripetere il gesto del giorno prima, ma incartare quella cosa e gettarla nuovamente nel cassonetto sarebbe  inutile, improduttivo e forse…. pure temerario. Però, però, però…. è possibile far proprio finta di niente, uscire di casa a cuor leggero e affrontare una qualsiasi giornata di lavoro? Eh no! L’ipocrisia con se stessi non può portare molto lontano! Infatti, bella vestita, truccata e profumata, la Gatta esce dalla mansarda e si ferma improvvisamente davanti alla porta del professor Astrolabio. Solo lui può aiutarla a capire. Un Genio è un Genio: qualche spiegazione brillante, intelligente e razionalissima  a  lui verrà in mente! Sennò…. che Genio è?
“Ma chi caspiterina è alle prime luci dell’alba?” farfuglia il professore aprendo la porta, dopo lo scampanellio insistente della Gatta.
“Professore, non è l’alba! Sono le otto! E …. mi scusi…. ma sono costretta a disturbarla perché ho un problema grande come un macigno, come una montagna, come una catena montuosa!” sbotta la Gatta, ansimando e agitando le mani.
“Va bene, tranquilla. Vediamo di scalare tutti questi monti  a suon di piccozza! Entra pure, ma dammi il tempo di svegliarmi per bene. Lo vorresti un bel caffè?” il professore le fa strada verso la cucina, mentre i gatti si muovono lenti e sonnacchiosi tra i suoi piedi. Il pitone Orione, nella teca, guarda malissimo quella bipede invadente: stava sognando un pasto luculliano a base di gatti e pappagalli….
“No, grazie. Anzi, sì grazie. Doppio, triplo. Ma senza zucchero!” la Gatta decide che senza il suo amato caffè nero, la testa non le può funzionare a dovere.
“Tazza piccola, tazza grande, in ceramica, vetro, con o senza piattino?” il Genio la prende un po’ in giro, per farla sorridere.
“Professore!  Non è il momento di frizzi e lazzi! Qui c’è un bel dramma da risolvere al più presto!” la Gatta non è in vena. E non concede spazi allo scherzo. Praticamente, si sente come il naufrago che vede la terraferma. E la sua terraferma, in questo momento, è proprio il professore.
“Tranquilla! Ora ci sediamo e ti ascolto attentamente!” il professore prepara la moka e si accomoda, in attesa del borbottio tanto amato “Intanto, vorrei chiederti scusa per il comportamento di Galileo, durante la seduta spiritica. E’ tutta colpa mia: ho rovinato un momento importante per te!”
“No, professore, non mi chieda scusa. Sappiamo entrambi che la Maga Circe è una falsa medium. O almeno…. il sospetto è forte! E poi Galileo è stato utile: forse la nonna ci ha parlato grazie a lui!” la Gatta sonda il terreno, per verificare l’opinione del professore sull’accaduto.
“Certo! La Maga è falsissima come il suo dannato papiro! E Galileo….beh…. sì…. può essere che la nonna lo abbia utilizzato come “canale” per arrivare fino a te. L’avevo ipotizzato, ricordi? Ma è solo una possibilità….” il professore tenta di rassicurare la Gatta, ma è cosa difficile, visto che non può fornire spiegazioni certe ed attendibili.
“La Maga mi ha maledetto! Ha detto che in casa mia, d’ora in poi, ci saranno spiriti dannati!” la Gatta esplode davanti alla tazzina finalmente colma di caffè.
“Cosa? Ah ah ah…. ma non crederai davvero a quella matta! Suvvia ragazza! Credo che tu sia abbastanza intelligente da comprendere che dopo la figuraccia della parrucca …. per vendetta…. sarebbe stata capace anche di cucinare Galileo allo spiedo come un galletto! Ah ah ah!” E mentre il professore ridacchia a più non posso, il povero pappagallo si agita sul trespolo, un po’ alterato dall’ipotesi dello spiedo e da quelle risate inopportune.
“Sì. Sicuramente è così. Ma il problema che mi ha costretto a disturbarla è un altro! Ben più grave di una falsa maledizione!”  la Gatta vorrebbe aver già raccontato la vicenda della sveglia, perché dover ripercorrere tutto quanto, la fa stare male.
“Perbacco, pergiove e persaturno! Cosa caspita può esserti accaduto di così grave?” il professore inizia a preoccuparsi davvero, soprattutto nel constatare che il viso della ragazza si fa molto serio e pallido.
La Gatta abbassa gli occhi, sospira. Allontana la tazzina di caffè, adesso vuota. Appoggia le mani sul tavolo e le stringe, l’una nell’altra, come per farsi coraggio. E inizia il suo racconto: passo dopo passo, momento dopo momento, parla dell’accaduto. Dalla prima nottata disturbata dalla sveglia impazzita, alla decisione di gettarla nel cassonetto sotto casa, fino alla seconda nottata da incubo con l’inspiegabile ritorno di  quell’orologio sul pavimento accanto al letto….
E il professore ascolta attento, in completo silenzio, senza muovere un pelo della folta barba. Le sopracciglia corrugate, le labbra serrate, le mani appoggiate sulla pancia tonda e prominente, nascosta dalla vestaglia di lana.
Anche i gatti stanno in silenzio, immobili come peluche: probabilmente comprendono la solennità di quel momento. Il pitone è nella teca: non si muove, non ondeggia come sempre. I tre pappagalli sembrano imbalsamati sui loro trespoli, con le creste dritte e i becchi sigillati. Tutto è bloccato e pietrificato come in una fotografia. Forse, anche il tempo sì è fermato e non scorre più.
Si può sentire solo la voce della Gatta che, tra pause e sospiri, srotola parole e parole, con tono sommesso, come se stesse confessando un  grave delitto, per liberarsi l’anima. Ma purtroppo la vittima di quell’assurdo racconto  è  proprio lei….



lunedì 9 gennaio 2012

La Gatta © by Barbara Giorgi - 19 capitolo

19.   A   VOLTE   RITORNANO….


Malefici, anatemi, maledizioni: solo il pronunciare questi termini fa venire un po’ d’ansia. E ricevere una maledizione, ancor di più. Soprattutto se si tratta di una vera maledizione…. o presumibilmente vera. Soprattutto se la maledizione è espressa con modalità eclatanti, solenni. Soprattutto se la maledizione è scagliata da una sedicente Maga, di dubbia moralità, ma con fama certa e comprovata. 
Cosa può fare, cosa può pensare il povero bersaglio di tale promessa nefasta? Può sentirsi solo come Atlante che sorregge il mondo: un bel peso sulle spalle, non c’è che dire!

Ed è proprio così che si sente la Gatta, dopo l’uscita plateale della Maga dalla mansarda e dalla sua vita. Meno male che la Regina Madre e le due amiche condividono con lei questo momento da film dell’occulto. Tipo: la notte dei morti viventi, non entrate in quella casa, demoniache presenze…. e simili.
Le quattro donne sono ferme, in piedi: sembrano bambole di cera. Nessuna riesce a focalizzare le parole idonee per realizzare un discorso sensato. Ma Dea ha sempre qualche guizzo in più nella sua fervida e produttiva testolina biondo oro. E dà il colpo di grazia.
”Gattina bella! Non ti preoccupare: le maledizioni vanno e vengono! Sono come gli amanti: oggi ci sono e domani spariscono! E poi…. che vuoi che sia avere qualche anima in casa: finalmente godrai di un po’ di compagnia! Magari ci giochi pure a briscola! Potrebbe essere divertente!”  Dea sa sempre come definire per bene tutte le situazioni, anche le più critiche.
“Dea! Prova a fingere di essere una persona intelligente e sensata!” Luna scuote il capo, con animo incerto tra la rabbia e la rassegnazione di dover subire la costante presenza di una sorella così alternativa. Prova a tirarle i capelli, nel disperato tentativo di avviare un motore inceppato.
“Ahi! Non mi scompaginare la chioma! Sono stata due ore a passarmi la piastra! E comunque l’idea della briscola è carina. Al limite, se c’è solo uno spirito vagante, può sempre giocarci a scacchi!” Dea insiste.
“Ragazze! Non pensiamo più alle parole di quella matta della Cesira! E’ solo un pochino esaurita! E’ tutta colpa della sua ultima storia d’amore fallita, con uno sceicco ottantenne di Dubai che ha un allegro e nutrito esercito di mogli e concubine…. ”  la Regina Madre chiama la medium con il suo vero nome, per declassarla dalla condizione di maga-fattucchiera “Non dobbiamo preoccuparci di assurde e false maledizioni! Continuiamo a non perdere di vista l’obiettivo della Gatta: contattare l’anima della nonna!”
“Già! Ma non credo che sia più possibile. Non so se la nonna mi ha davvero comunicato qualcosa tramite il pappagallo Galileo, ma stasera non sono più in grado di riflettere bene su questa folle situazione. Forse abbiamo sbagliato a fare la seduta spiritica. Aveva ragione il professor Astrolabio: non si scherza con le anime dei morti!” e la Gatta sospira.
“E chi ha scherzato? Noi eravamo serissime! Io, con grande impegno, ho anche smesso di parlare per almeno mezz’ora, andando contro la mia indole comunicativa. Credo sia la prima volta nella mia vita! E questa è una grave perdita per l’umanità!” Dea protesta.
“Il tuo silenzio è stato un momento indimenticabile ed emozionante: peccato non poter ripetere questa meravigliosa sensazione di pace. Nel caso, i nostri canali uditivi te ne sarebbero eternamente grati!”  e Luna rilancia.
“Hai bevuto soda caustica? Perché sento esalazioni altamente inquinanti e corrosive! Forse è meglio aprire le finestre!” Dea non intende proprio terminare il battibecco.
“Basta ragazze! Non potete litigare sempre e comunque! La Gatta ha bisogno di riposo e tranquillità: quindi, ora la salutiamo e torniamo a casa. Voi due siete troppo su di giri!” così dicendo, la Regina Madre bacia la Gatta, afferra le mani delle figlie e le trascina via, per liberare la casa dalle loro incessanti discussioni.
Le tre donne si fermano sulla porta. Si girano di scatto e sorridono alla Gatta: lei sa bene che in quei sorrisi c’è la certezza di un affetto immenso. Ma in questo momento, forse un pacifico silenzio può aiutarla più di mille parole.

Ora la Gatta è sola. Sola con i suoi “perché”. E’ davvero stanca, ma non può fare a meno di ripensare a quella strana giornata, iniziata con il piccolo fan di Dracula e terminata con medium, papiri,  pappagalli parlanti, maledizioni, proposte di briscole e scacchi con gli spiriti….
“Ma…. dico io…. siamo pazzi? C’è da rimetterci il cervello!” pensa la Gatta scuotendo la testa per cacciar via almeno il ricordo e il timore della maledizione. Però, mentre le altre cose sfumano, le frasi implacabili della Maga non intendono abbandonare la mente. E se ne stanno lì, senza un cenno di addio.
“Ma che valore può avere la maledizione di una falsa maga? Sempre che la maga sia falsa…. perché se fosse una maga vera, di quelle d.o.c., allora anche la maledizione sarebbe verissima…. Ma una che si fa chiamare Maga Circe può essere una vera maga?” la Gatta prova a ragionare, ma i pensieri si accavallano, si sovrappongono, si sbriciolano, come gli strati sottili e friabili di una millefoglie. Solo che qui, non c’è la ricompensa della crema. Rimane in bocca una sensazione amarognola, poco piacevole: sembra il sapore dell’olio di fegato di merluzzo.
“Caspita! Per tutti i gatti randagi! Ma sono le due di notte! Passate! E domani devo lavorare! Ora mi preparo e vado a nanna….” la Gatta si stira come un bravo felino e sbadiglia. Forse ha un po’ di fame, ma le basteranno due biscotti e un po’ di latte caldo, perché la stanchezza non le permetterebbe certo di cucinare un piatto decente (anche se due spaghetti la ispirerebbero molto….).
Seduta a quello stesso tavolo che Dea voleva devastare con una sega (e il tavolo adesso si sente molto più tranquillo), ora la Gatta si concentra solo su quella bella tazza di latte fumante, dove i biscotti galleggiano e poi affondano, come silenziose barchette di carta. Una tazzona con cartoons dipinti che le sorridono allegramente. Biscotti di pasta frolla con granella di zucchero. Il palato e la mente ringraziano.
“Cosa c’è di meglio al mondo dei biscotti inzuppati nel latte?” pensa la Gatta, mentre il suo subconscio le continua a proporre l’alternativa degli spaghetti “Vabbè…. Ora ne ho mangiati anche troppi…. Lavo per bene la tazza e vado a letto come una brava bambina….” dice a voce alta, mentre abbandona la tazza sporca nell’acquaio, tra mille sbadigli. La stanchezza vince sulle buone intenzioni.
Sotto il piumone, non fa in tempo a contare fino a una-due-tre-quattro pecorelle, che cade in un sonno profondo. Del resto, sono le tre di notte, meno dieci minuti. Appunto: dieci minuti di sonno profondo e poi …. tic tac…. tic tac…. Improvvisamente un suono di sveglia fortissimo, acuto, prepotente…. inonda la stanza. Adesso sono le tre. Le tre spaccate, precise, nette.
“Aiutooooo! Cosa c’è? Chi è? Dove sono?” urla la Gatta, accendendo la luce.
Il suono continua: un bel “drinnnnnn”  da cento e più decibel che colpisce i timpani come una mitragliata durante un’incursione notturna in campo nemico.
La Gatta si gira di scatto verso quel preciso punto del pavimento dove lei per un anno ha sempre lasciato in bella vista il grande, enorme, ingombrante orologio-sveglia regalato da Luna e Dea: quello con lo gnomo antipatico che lei ha gettato nel bidone dell’immondizia, ben incartato. La Gatta guarda….  ma sembra non vedere, come se la sua mente rifiutasse quella realtà. Perché non è una realtà facilmente spiegabile. Perché non è una realtà facilmente accettabile. Perché non le sembra neppure realtà! Come può essere? No, no, no…. Lo gnomo dentro la sveglia, la sveglia intorno allo gnomo. Insomma: sono lì entrambi. La sveglia e lo gnomo sono sul pavimento. E non nel bidone dell’immondizia…. o alla discarica pubblica…. o in qualsiasi altro luogo a ciò deputato….
Con l’ultima, piccolissima,  infinitesimale briciola di coraggio rimasta, la Gatta sposta la suoneria sull’off. La sua bocca è priva di salivazione, con i denti che battono come se avesse un febbrone da cavallo. I suoi occhi terrorizzati  tentano di focalizzare per bene quell’aggeggio infernale.
Dopo qualche attimo di profondo e completo stato catatonico, decide di muoversi: si accuccia vicino alla sveglia. La fissa. Si avvicina con la testa, si allontana. Controlla il lato destro, poi quello sinistro. E’ proprio una gatta che fiuta il nemico.
Con la punta delle mani la sfiora: c’è davvero. Sente il freddo del metallo sui polpastrelli. Non è un sogno, non è un incubo. E’ la realtà. Quel marchingegno è proprio lì, sul pavimento: lo vede, ne sente la consistenza, ne ascolta il tic-tac. E lo gnomo se ne sta comodamente dentro, ben piazzato tra le ore, con il suo solito ghigno, il cappellaccio e la lunga barba bianca.
“Forse sono in un mondo parallelo….” ipotizza, tanto per darsi una minima spiegazione “forse la maledizione della Maga mi ha catapultato in un’altra dimensione….”
Ma la realtà delle cose deve riuscire a riprendere il suo giusto ruolo e valore. E’ necessario tornare con i piedi per terra. Ora, adesso, subito, immediatamente.
“No! Io sono qui, nella mia casa, viva e vegeta nel mondo reale! C’è una spiegazione logica per tutto! Questa dannata sveglia è qui perché…. perché…. perché….” Appunto. Perché?
A volte nella vita ci sono “perché” bui come la notte e profondi come un pozzo. Ed è dura quando questi “perché” rimangono sospesi nell’aria come palloncini, per poi volare via, lasciandoci a naso in su….  senza risposte.

mercoledì 28 dicembre 2011

La Gatta © by Barbara Giorgi - 18 capitolo

18.   LA  MALEDIZIONE  DELLA   MAGA


Una seduta spiritica non è un’avventura da poco. Intanto, è bene essere proprio convinti di farla, perché c’è il rischio che qualche fantasma inopportuno si piazzi in casa e non se ne vada più (come sostengono il professor Astrolabio e quella grande tuttologa di Dea). E la cosa può essere poco divertente, perché ci sono fantasmi benevoli e fantasmi….. un po’ inquieti. Quindi si deve organizzare tutto per bene,  come stabilito dall’antico “Papiropersianomagicomillenario”. Anche detto P.P.M.M.. Anche detto ”l’Infallibile”. Anche detto semplicemente “il Papiro”.  
Questo prezioso documento fu redatto da un gruppo di espertissimi maghi del lontano Oriente, in epoca indefinita. Per secoli è stato riprodotto in varie copie da pazienti amanuensi ed oggi è certamente quello più in voga tra i maghi trendy.  

La Maga Circe adotta da anni il P.P.M.M., con ottimi risultati. Appena entrata in casa della Gatta, la medium tira fuori dalla sua enorme sacca proprio questo foglio giallastro. E’ avvolto su un osso di giraffa ed è chiuso da una treccia di crine di cavallo. La Maga srotola il Papiro: è grande circa un metro quadrato ed è rifinito ai bordi con striscioline di pelle di lucertola. I quattro angoli sono evidenziati da mazzetti di piume di pappagallo (Galileo, nel vederle, inizia ad agitarsi….).
“Ma quante povere bestioline hanno massacrato per fare questo fogliaccio?” pensa subito la Gatta, lanciando uno sguardo di comprensione al pappagallo Galileo. Altro punto a sfavore della medium.
“Bene! Adesso vi istruisco sul da farsi! Seguiremo le regole dettate dal Papiro!” sentenzia la Maga, indicando trionfante la misteriosa carta.
“Il pennuto parlante potrebbe disturbare, ma sarò magnanima e permetto la sua presenza. Ci sono principi fondamentali da rispettare. Primo: dobbiamo usare un tavolino tondo a tre gambe. Secondo: dovete sedervi e appoggiare le mani sul tavolo, formando un cerchio. Terzo: servono silenzio assoluto e concentrazione. Quarto: se qualcuno è malato di cuore è pregato di andarsene!” e così la Maga enuncia le regole del rito. Poi inizia a verificare l’ambiente per poter circoscrivere il sito esatto della seduta, mentre un pesante silenzio si propaga nella stanza e ramifica ovunque come un’edera. Uno, due…. dieci secondi.
La Regina Madre rompe il silenzio: ”Sì, va bene. Diamoci da fare. Gattina mia, dov’è il tavolo tondo a tre gambe?”
La Gatta fissa la Regina Madre: ma lei non ha mai avuto in casa un tavolo con tre gambe! Il suo tavolo ne ha quattro! Ed è rettangolare!
“Qui non ci sono tavoli così…. mammina cara…..” Luna risponde al posto della Gatta.
“Ho un’idea fantastica! Solo io potevo avere un’idea così! Sono troppo intelligente! Seghiamo una gamba a quel brutto tavolaccio dove mangi!” e Dea esprime una volta di più la sua grande capacità nel problem solving.
“Ma che soluzione meravigliosa! E dove la trovi una sega?” controbatte lo spirito pratico di Luna.
“Ohi! Bimbe! Ma siete matte? Il problema non è dove trovo una sega! Il problema è che il mio tavolo mi piace così com’è! Non voglio un tavolo con tre gambe! E poi come lo sistemo dopo?” la Gatta  protesta a gran voce,  mentre il professore annuisce in silenzio e Galileo sbatacchia le ali in segno di approvazione.
“Ma è semplice: dopo la seduta, incolliamo la gamba…. oppure al suo posto ci metti una pila di libri! Originalissimo! Fa molto stile alternativo!” Dea arricchisce la sua fantastica proposta, ma  Luna e la Gatta la fulminano entrambe con sguardi poco affettuosi. 
L’idea del tavolino a tre gambe non passa. La Maga si deve rassegnare, con evidente malanimo. Il tavolo dovrà essere necessariamente quello dell’angolo cottura, a quattro gambe, senza interventi vandalici a suo carico.
La Maga riapre la sacca, ripone il Papiro e tira fuori tutto il necessario per la seduta. Innanzi tutto, purifica l’ambiente con incenso e il fumo di una piccola candela bianca. Poi dispone ed accende sette grandi candele: tre  sulle mensole e quattro sul pavimento, delimitando così lo spazio magico. Infine appoggia sul tavolo la panchette, un foglio di carta con le lettere dell’alfabeto, i numeri da zero a nove e le risposte “si” e “no”. Accanto al foglio pone una grande moneta d’oro, con incise parole incomprensibili. Forse sono antiche formule magiche.
Durante tutti questi preparativi, la Gatta e il resto della compagnia osservano i movimenti della Maga, bisbigliando tra loro. Ogni tanto la tensione è rotta dalle risate squillanti di Dea e dai soliti “ciao” del pappagallo (su decisione del professore, in caso di disturbo durante la seduta,  Galileo sarà allontanato dal sito magico).
“E’ tutto  pronto! Possiamo iniziare la seduta! Mancano cinque minuti a mezzanotte…. che è l’ora preferita da vampiri e fantasmi!” così la Maga dà il  via alle danze.
“Che c’entrano i vampiri?” pensa la Gatta, rabbrividendo un po’, mentre la mente le ripropone l’immagine del piccolo lord seguace di Dracula.
La Maga continua ad impartire ordini e il gruppo, ormai succube dell’atmosfera ansiogena e del carisma della medium, obbedisce senza fiatare. Anche Galileo ha smesso di parlare: agita solo il capo come se dovesse fare esercizi di stretching.
La stanza è poco illuminata: le fiammelle danzanti delle candele creano giochi di ombre e luci sulle pareti. L’incenso - probabilmente mischiato a chissà quale altra essenza - ormai è penetrato nelle narici ed è arrivato fino ai più profondi meandri del cervello, quasi stordendo i sensi.
Il gruppo si siede intorno al tavolo. Sopra il piano, tutti posizionano le mani l’uno accanto all’altro, cercando di formare un cerchio. Nel mezzo del tavolo, la panchette e la moneta. La Maga appoggia la mano destra sopra la moneta e inizia a muoverla lentamente sul foglio di carta: la sposta formando dei piccoli cerchi, in senso orario ed antiorario.
La Gatta respira molto velocemente. Osserva gli amici e nota uno strano pallore in quei volti: forse per la luce biancastra diffusa dalle candele, forse per la paura che sta serpeggiando nell’aria.
La Maga invita tutti a ripetere una formula magica in una lingua antica e sconosciuta. La formula è ripetuta per ben sette volte. Poi riprende i movimenti rotatori e inizia a parlare.
“Nonna Ginevra, nonna Ginevra…. ci sei? Se sei tra noi, dacci un segno….” la medium pronuncia queste parole a gran voce, scegliendo i toni più bassi e cupi delle sue corde vocali.
Silenzio. Ancora silenzio. La Maga inizia a ripetere all’infinito il suo invito alla nonna, mentre i cinque partecipanti tacciono immobili, pallidi e raggelati come iceberg.
Ad un tratto, il movimento rotatorio della moneta si fa più veloce, sempre più veloce. La Maga ha gli occhi chiusi e fa strane smorfie di dolore: ”La moneta è incandescente!” grida, agitando tutto il corpo sulla povera sedia che la sorregge a fatica.
Poi la moneta rallenta il suo giro impazzito e si sofferma lentamente su una serie di lettere, componendo man mano il nome Ginevra. Tutti sono impietriti. La tentazione di alzarsi, uscire dalla casa, dal quartiere ed entrare in un bar affollatissimo di essere umani viventi, in carne ed ossa, possibilmente molto allegri e rumorosi…. è grande! A mezzanotte ci sarà pure un bar aperto per ordinare un litro di caffè e svegliarsi da quell’incubo!
Ma una strana calamita li inchioda lì: probabilmente è una semplice assenza di sangue nelle vene, di ossigeno al cervello, di capacità di raziocinio. Solo l’adrenalina li tiene in vita.
“Sei nonna Ginevra?” domanda la Maga.
“Sì” la moneta compone la risposta.
La Gatta inizia a tremare visibilmente e a guardare gli amici in cerca di una condivisione delle emozioni. Luna e Dea fissano a bocca aperta la moneta e non muovono un pelo. Il professore è troppo concentrato (anche perché teme le reazioni di Galileo). La Regina Madre invece ricambia lo sguardo della Gatta e tenta di sorriderle per tranquillizzarla. Un tenue sorriso che arriva dritto al cuore della ragazza e accende una fiammella nel ghiaccio che ormai la invade.
“Vuoi dirci come stai?” chiede la Maga.
“Bene” risponde ancora la moneta.
“Vuoi dire qualcosa alla Gatta?” la Maga tenta approcci più significativi.
“Amore” cinque lettere che la moneta indica lentamente.
La Gatta vorrebbe piangere, ma non può, perché l’emozione preponderante adesso è solo la paura.
Improvvisamente, il pennuto Galileo inizia a muovere la sua cresta e parla: ”bugia! bugia! ….” ripete una, due, dieci volte.
La Maga lo guarda stranita. Ma ecco che Galileo si solleva in volo dalla spalla del professore, piomba come un meteorite sul turbante della Maga e inizia a beccarlo furiosamente. Pezzetti di stoffa dorata volano ovunque, mentre la Maga si alza di scatto dalla sedia, cercando di colpire il pappagallo senza essere ferita nelle mani. Il professore rompe il cerchio e si precipita verso quella strana coppia di esseri: vorrebbe togliere Galileo dal turbante, ma non riesce ad afferrarlo perché la Maga lo sovrasta di mezzo metro. Luna e Dea, contente della fine di quell’esperienza troppo impegnativa, ridono come due matte, fino alle lacrime. La Regina Madre rimane seduta e ferma: lei teme i pennuti! Che ci pensi il professore a salvare la Maga!
La Gatta, sinceramente, non sa proprio che fare. E’ più alta del professore ed arriverebbe ad afferrare Galileo, ma….  con l’unico barlume di razionalità che le è rimasto, riflette qualche nano secondo su quanto ha detto il pappagallo: “bugia!”
Forse aveva ragione il professore quando ha ipotizzato l’uso del pappagallo da parte della nonna come “canale di comunicazione” con loro? Bugia perché? Perché la Maga Circe è, appunto, solo una grandissima bugiarda? Una millantatrice?  Una medium falsissima come i suoi gioielli-patacca? Ebbè…. allora che se la sbrighi lei con il pappagallo! E se le becca un dito (magari quello con l’anello a teschio) le sta pure bene!
In quella lotta furibonda, la fattucchiera ha la peggio: scivola sulla cera colata dalle candele e cade a terra come un masso. Il turbante salta via dal capo.... insieme alla parrucca rosso fuoco. La sua povera testa rimane senza la finta chioma fluente e mostra qualche decina di capelli neri asfittici e  morenti.
Galileo, svolazza via, tutto contento di aver potuto  vendicare i poveri pappagalli sacrificati per il decoro del Papiro. Il professore riprende il pennuto: saluta in fretta tutti, imbarazzatissimo e un po’ frastornato per l’accaduto. E torna velocemente a casa, chiudendo a doppia mandata la porta, nel caso di ritorsioni da parte della dama spelacchiata.
La Maga sembra impazzita dalla rabbia: inizia a gridare contro la Gatta e le altre donne. Parla velocemente: non si comprende nulla di ciò che dice.
La Regina Madre cerca di riportare l’ambiente ad una condizione di normalità. Spenge le candele e le ripone nella sacca della Maga. Vi aggiunge il turbante devastato e malconcio, con annessa la parrucca color fuoco. Infine, porge un bicchier d’acqua alla Maga, per farla tranquillizzare un po’. Quest'ultima lo afferra e con un gesto plateale svuota il contenuto addosso alla Gatta.
L’esperta dell’occulto, ormai paonazza in volto e gonfia d’ira, fissa la Gatta negli occhi, urlando a gran voce: ”Tuuuuuu! Gatta malefica! Tu! Hai reso ridicola questa seduta! Io ti maledico! D’ora in poi questa casa non avrà più pace! Le anime dei morti sono giunte! Le anime dei morti ti puniranno!”
Mentre le quattro donne tornano nuovamente in uno stato pietrificato, la Maga afferra la sacca e come un’onda crescente di tsunami, devastante e incontenibile, si dirige verso la porta della mansarda,  capovolgendo qualsiasi ostacolo al suo addio definitivo e inappellabile a quel luogo da lei maledetto....  

mercoledì 14 dicembre 2011

La Gatta © by Barbara Giorgi - 17 capitolo

17.  LA  MAGA  CIRCE  &  CO.

Ogni giorno la nostra vita si incrocia con altre vite, a noi spesso sconosciute (o quasi): incontri di sguardi, qualche grazie o salve qua e là. Se va bene un sorriso, se va male una smorfia sarcastica. Dalla commessa del negozio all’addetto della pompa di benzina, dal cassiere di banca al vigile urbano. A volte queste “altre vite” entrano dentro la nostra senza tanti preamboli, senza chiedere il permesso. Possono essere incontri piacevoli, delicati e dolci come una fragolina di bosco, come un cioccolatino. Oppure possono essere pesantucci….  come un’impepata di cozze.

La vita della Gatta è una di quelle esistenze caratterizzate da incontri. Forse perché lei adora conoscere nuove persone (stimola la sua creatività). O forse perché lei è proprio una gatta curiosa, di nome e di fatto. E oggi, più che mai, non vede l’ora di incontrare la famosissima, competentissima, misteriosissima, fascinosissima (così dicono) Maga Circe. La Gatta ha spesso sentito parlare di questa esperta dell’occulto, ma non ha mai avuto il piacere di vederla, neppure in fotografia.
La Maga Circe, ex signorina Cesira, amica della Regina Madre, è un soggetto quanto mai fiabesco: alta come un corazziere, imponente come una lottatrice sumo, con capelli color rosso fuoco, occhi neri come la pece.  Ad ogni seduta spiritica si presenta truccata come una maschera del teatro greco, con vestiti da mille e una notte e quintali di gioielli-patacche di vari colori e modelli (il più minimal è un anello con teschio dorato che si estende per due falangi dell’anulare destro). Uno spettacolo di donna. Un concentrato di magia pret-à-porter. La potenziale figlia di Maga Magò e Mago Merlino.
La Maga Circe stasera va a casa della Gatta ma, come prassi, riceve i clienti nella sua pittoresca abitazione: un antico appartamento nel centro storico della città, a circa duecento metri dal Palazzo Malasorte. La sua casa sembra una grande scenografia teatrale:  dalla zona giorno alla camera da letto è tutto un  susseguirsi di drappi, veli, lampade ad olio (tipo quella di Aladino), enormi candelabri intarsiati, tappeti orientali sui pavimenti e appesi alle pareti, mobili cinesi di lacca rosso-oro e strane statue con volti grotteschi che rappresentano demoni. Odore di incenso ovunque. Un luogo alquanto inquietante. Ma instillare nel cliente un po’ d’ansia, aiuta senz’altro ad ottenere senza polemiche il prezzo richiesto per ogni consulto. E la Maga, con la sua attività,  riesce a vivere una vita niente male, togliendosi pure alcuni sfizi, come una villa nelle Isole Vergini (ottimo paradiso fiscale) e un piccolo yacht di seconda mano. Questa è dunque la nuova “amica” che la Gatta dovrà incontrare: quella che l’aiuterà a contattare nonna Ginevra. Finalmente.
Terminato il suo impegno di lavoro al Palazzo Malasorte, la Gatta saluta il piccolo lord seguace di Dracula (tenuto a debita distanza), il conte e l’amico stilista,  confermando la sua disponibilità per l’incarico proposto. Si dirige dunque verso casa, con la mente che saltella da un pensiero all’altro. Ormai l’ora fissata per la seduta spiritica si sta avvicinando e lei si sente combattuta tra due diversi stati d’animo: da una parte teme uno scambio di opinioni con l’anima della nonna (sarà tenera con lei oppure …..?), dall’altra è  eccitata all’idea di entrare in contatto con un’altra dimensione, con un mondo sconosciuto, ultraterreno,  misterioso. Con questa altalena di sentimenti, appena arrivata nella mansarda, la Gatta inizia a  riflettere sulla preparazione di un ambiente adatto ad una seduta spiritica. Già…. come deve essere organizzato, arredato, strutturato un luogo idoneo a ricevere anime? Cioè, non è che sia necessario preparare il servizio buono per il the (quello Limoges), né si deve tassativamente passare l’aspirapolvere e la cera sui pavimenti. I fantasmi, probabilmente, non badano a queste finezze e non hanno fisime da casalinga disperata. E allora cosa si può fare per ricevere degnamente delle anime vaganti? La Gatta decide di telefonare alle amiche: forse loro, conoscendo la Maga Circe,  possono consigliarla per il meglio.
“Luna, tesoro, ho un problema!  Non so cosa devo preparare per la seduta spiritica! Devo comprare delle candele? Ne ho qualcuna, ma no so se basta! Serve un registratore per la voce della nonna? Devo comprare delle carte tipo tarocchi?” la Gatta parla tutta d’un fiato. L’ansia inizia a svolazzare nell’aria.
“Tesoruccio! Stai tranqui! Va tutto ok! Lascia perdere candele, tarocchi e quant’altro. L’attrezzatura necessaria la porta la Maga con sé. Tu devi pensare solo a rilassarti….” e Luna, con tutta la dolcezza possibile, riesce a far riprendere un po’ di fiato alla Gatta.
Ma Dea strappa letteralmente il telefono dalla mano della sorella: “Ehi tu! Come va? Hai una tanica di acqua benedetta in casa? Perché se arrivano degli spiriti dannati poi ti si piazzano ovunque, anche nel frigorifero in mezzo alle fette di prosciutto! E non te ne liberi piùùùùùùù….” e Dea inizia a sghignazzare senza pietà per l’amica.
“Ma sei la solita fusa!  Un acaro ha più cervello di te! Ed è sicuramente meno dannoso!” Luna riprende il cellulare, rassicura ancora la Gatta e chiude con un “ti voglio tanto benissimissimo!”.
Vabbè. Nessuna preparazione ambientale. Quindi? La Gatta decide di rilassarsi un po’ sul divano, in attesa della magica serata. E si addormenta: in sogno rivede ancora  la nonna con un gatto nero. La nonna le sorride. Il gatto no…. sghignazza come Dea….
Ad un tratto, il campanello della porta suona. La Gatta si sveglia di colpo, si guarda intorno stranita come dopo un viaggio aereo ultraoceanico: effetto jet lag. Un po’ barcollando e con gli occhi sgranati per svegliarsi ben bene, si avvicina alla porta di ingresso.
“Chi è?” chiede senza guardare dallo spioncino.
“Ciao carissima. Sono il professore….” una voce bassa e gentile le risponde oltre la porta.
La Gatta apre e si trova davanti il professor Astrolabio con il pappagallo Galileo ben posizionato sulla spalla destra. Il pappagallo muove la testa avanti e indietro: le piume sul capo si alzano, formando una  cresta colorata. Sembra uno strano galletto.
“Ciao” dice il pappagallo-galletto. E ripete “ciao ciao ciao ciao….”
“Silenzio!” comanda il professore e Galileo, educatamente, tace.
“Siamo venuti, io e il mio amico pennuto, per la tua seduta spiritica. Ho pensato di portare con me Galileo perché non si sa mai: magari l’anima della nonna potrebbe scegliere lui come canale di comunicazione….” il professore giustifica così la presenza del pappagallo. Una ben strana presenza in una seduta spiritica.
“Salve professore. Grazie di essere qui. Beh! Per Galileo non saprei…. però mi fido di lei. Sì, potrebbe essere utile….” e la Gatta con un cenno della mano invita il professore ad entrare.
Mentre i due si accomodano e iniziano a parlare di ipotesi varie sull’aldilà, il campanello suona di nuovo. Effettivamente sono le ventidue: l’ora stabilita per l’evento.
La porta si apre nuovamente e la Gatta si ritrova davanti un gruppetto molto vivace: parlano tutti insieme, contemporaneamente. Anzi, tutte. Perché sono quattro donne: ma non sono quattro donne normali, regolari, sensate. Sono la Regina Madre, le due amiche Luna e Dea e la fantastica Maga Circe, probabilmente scesa or ora da un tappeto volante.
“Sssssalve….” sussurra la Gatta, certa di non essere né vista né ascoltata da quel gruppo variopinto e  rumoroso. Infatti le quattro donzelle (si fa per dire) non la degnano di un minimo sguardo. Ciascuna è intenta a portare avanti un proprio monologo, senza ascoltare le altre:  come in una torre di Babele, dove ognuno parla la propria lingua.  In quei secondi di attesa, nella speranza di un ritorno ad una pseudo-normalità, la Gatta osserva in silenzio  le quattro donne e la mise fiabesca di ciascuna di loro.
La Regina Madre indossa un abito di seta nero e bianco, attillato, con breve strascico e collo a gorgiera. Le maniche terminano con una lunga punta che  tocca quasi il pavimento. Sembra la strega, versione bionda,  di Biancaneve.
Luna e Dea indossano gonne gitane coloratissime, larghe e lunghe fino ai piedi. Hanno i capelli sciolti, orecchini a cerchio e ballerine dorate. Solo che le ballerine le tengono in mano e camminano scalze, come zingare d.o.c.: Dea ha qualche crampo al piede destro, ma non può permettersi un lamento, pena un declassamento rispetto alla tenuta gitana della sorella (che indossa pure un gilet decorato con piccoli corni rossi).
La Maga Circe…. ebbè…. lei è il top! Caftano d’obbligo, turbante dorato di seta damascata (per non farsi mancare nulla), babbucce dotate di campanello sulla punta (tipo quello delle mucche, ma ovviamente più piccolo). La Maga reca con sé una sacca di raso enorme, contenente tutto il suo armamentario maghesco.
“Io sarei qui sulla porta! Non so se mi avete vistoooo!” urla la Gatta stizzita da tutto quello schiamazzo.
“Per tutte le anime del Purgatorio! Sei la Gatta?” la voce possente della Maga fa tacere le altre voci di quella moderna torre di Babele.
“Già! Gatta di nome e di fatto…. artigli compresi! E lei, certamente, è….” la Gatta si blocca. Deve dire ”signorina Cesira” oppure “Maga Circe”? Probabilmente l’opzione numero due è quella giusta: “Cioè, lei è la Maga Circe….”
“Ah – ah – ah” la Maga emette una risatina ad intervalli, per sottolineare un certo sarcasmo “Beata innocenza! Ma certo che sì! Chi potrei essere in alternativa? Forse il Genio della lampada?”
La Gatta squadra dalla testa ai piedi quel corazziere con turbante: quella Maga non le piace per niente! E’ acida come una mozzarella andata a male! E’ antipatica come un herpes labiale! E’ invadente come la piaga egizia delle cavallette! E questa montagna di damaschi e sete dovrebbe tentare una comunicazione con nonna Ginevra? Probabilmente la Maga non ha la più pallida idea del bel caratterino della nonna….